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La nostra è una società dedita non al benessere comune ma al denaro e al tornaconto personale. È lo specchio della frantumabilità della condizione umana quando questa si vota unicamente al raggiungimento del benessere materiale. Siamo liberi, ci assicurano, ma al tempo stesso prigionieri dell’angusta cella delle nostre ambizioni, alle quali siamo sempre pronti a sacrificare la nostra anima. Tutti vediamo quanto l’uomo d’oggi sia abile nell’innalzare capannoni industriali, ma poco incline a edificare un luogo di culto o una scuola. Si è così aperta una frattura fra l’homo faber e l’homo sapiens, fra ciò che l’uomo può fare e la sua capacità di valutare ciò che è ragionevole fare. In realtà la tecnica ci ha convinti che l’uomo naturale sia difettoso, e che i problemi che egli deve affrontare per orientarsi con successo nella vita possano essere risolti da macchine sempre più sofisticate. La libertà umana, lungi dall’aderire alle aree di sconfinata interiorità che ci costituiscono, sembra spingere verso il consumo, verso lo sfruttamento dell’uomo sulla terra, oltre che dell’uomo sull’uomo; verso la dilapidazione delle risorse ambientali. Cose desuete, rottami e spazzatura. «La filosofia ha il compito di assumere come proprio oggetto d’indagine anche questa realtà imbarazzante e pervasiva» scrive Gianluca Cuozzo. Da tale considerazione nasce Filosofia delle cose ultime. L’intento è dichiarato: dissolvere quell’aura di sogno di cui si ammanta la società dei consumi con il suo fallace benessere materiale e ripensare il mondo delle macchine a partire dagli scarti del processo produttivo.