Con umiltà e sospendendo il giudizio, l’autore schiude davanti ai nostri occhi, rischiarandole con la luce della coscienza simbolica, le stanze buie in cui dimora un bambino precocemente cacciato dall’uroborico materno, gettato senza alcuno scudo contro la furia delle potenze archetipiche. Un bambino lacerato dal riconoscimento parziale di una madre scostante, deficitaria, costretto suo malgrado a rifugiarsi, ormai adulto, sul pianeta borderline: uno spazio caotico, contraddittorio, fluttuante, privo di confini, in cui le ombre offuscano spesso la luce e folgoranti intuizioni si alternano a rovinose cadute. Lì, il tempo non conosce il libero fluire, la malinconia, il disorientamento, la noia e il vuoto sono simulacri di un’esperienza abbandonica infantile da rifuggire con ogni mezzo, foss’anche l’autodistruzione di un corpo amato e odiato, incarnazione di emozioni eccessive e di un dolore afasico, privo di immagini. L’analista pertanto raccoglie e cerca di ricomporre i frammenti sparsi del suo paziente smembrato, accogliendolo, aiutandolo ad aprirsi all’inconscio, attivando la funzione trascendente. In pagine ricche di esperienza e umanità, intingendo la penna nel “calamaio junghiano” e nella mitologia – sodalizio dialettico tra sfera personale e dimensione archetipica –, l’autore ci offre un nuovo sguardo con il quale guardare e finalmente comprendere il disturbo borderline di personalità.


 
pagine 192 | prezzo 18,00€ | cm 14,5,x21

Questo libro non segue una scansione strutturata, ma si lascia guidare dalle immagini, dai casi clinici, dalle storie e dai pensieri che affiorano lungo la strada: parte da aspetti più clinici e riflessivi per navigare tra miti e storie e concludere direttamente con un racconto.
Come già nel precedente volume E poiché io sono oscuro l’autore, analista junghiano, sceglie la figura del Grande Incantatore Merlino come guida e testimone di una sorta di flânerie, una passeggiata intorno al tema del senso, centrale nel pensiero di Carl Gustav Jung.
Non si tratta di un saggio di stampo accademico, quanto piuttosto di un tentativo di coniugare aspetti psicologici, filosofici, mitici e letterari per cercare di intravedere, o meglio di “sentire”, la possibilità dell’esistenza di un senso della vita. Che quel senso esista a priori o che esso invece debba essere costruito da ciascuno è meno importante del fatto di potersi percepire all’interno di una narrazione, la propria vita, dotata di significato.