pagine 152 | prezzo 15€ | cm 11,5x16,5

Estate 1979, Montréal: una richiesta d’aiuto improvvisa riapre una porta che lo psicoanalista Julien Bigras credeva chiusa da dieci anni. Marie, una paziente dal sangue irochese che vive un “delirio da cane”, torna a scuotere la sua vita. Per salvarla dal suicidio, Bigras accetta un patto estremo: dormire ogni notte con il ricevitore del telefono sollevato, unito a lei da un cordone ombelicale fatto di respiri e silenzi. Ma chi sta curando chi?
Quello che inizia come un consulto d’urgenza si trasforma in un’odissea psichica senza ritorno. In una spirale di controtransfert, l’analista viene trascinato nel mondo magico e terrificante di Marie, dove il materno divora e il passato non è mai morto. Nel tentativo di capire da dove viene la violenza che sente crescere in sé, Bigras insegue l’ululato di un lupo che risuona nel suo sangue e in quello dei suoi antenati: cacciatori e trapper di frontiera, dediti al commercio di pellicce; uomini senza legge, portatori di una ferocia mai domata. È lì, in quella stirpe di reietti, che riconosce il lupo che lo abita – lo stesso che abita Marie, così come ognuno di noi. Una confessione perturbante e spietata, un viaggio tra le stanze dell’analisi e i boschi del Québec dove la distinzione tra medico e paziente si dissolve. Un “atto psichico” da esperire più che comprendere, che trasforma il caso clinico in un mito moderno sulla sopravvivenza dell’anima.

Julien Bigras, nato in Canada nel 1932. Studiò medicina e psichiatria all’università di Montréal e nel 1960 si trasferì a Parigi dove cominciò il suo training psicoanalitico, lavorando parallelamente al servizio per bambini autistici della Salpêtrière e poi creando all’ospedale Sainte-Anne un posto di terapeuta per adolescenti attraverso la Société Psychanalytique de Paris, di cui divenne membro nel 1963. Tornato a Montréal portò la psicoanalisi all’interno della sua lunga carriera universitaria e ospedaliera. Insieme a un gruppo di analisti francofoni creò la Société Psychanalityque de Montréal.


L’archetipo è come il mare profondo: esprime quella forza sotterranea che orienta la nostra vita psichica, e che si manifesta con molte voci. Ogni onda è diversa: il sogno che sorprende, il sintomo che insiste, la parola che ferma. Questo libro di psicologia archetipica raccoglie decenni di pratica clinica e la lezione viva di Jung e Hillman, offrendo un orientamento a una domanda che non smette di rinnovarsi: cosa cura davvero? Capitolo dopo capitolo, alternando la riflessione al racconto dei casi, il lettore scopre come la sensibilità archetipica trasformi lo sguardo clinico, come l’immaginazione risvegliata curi, come le parole portino un corpo sottile capace di ferire o guarire, come il guaritore ferito che ogni terapeuta porta in sé non sia un ostacolo, ma la soglia stessa dell’incontro, fino alla discesa nel regno notturno del sogno, dove la psiche mostra ciò che la coscienza ancora non sostiene. Le immagini hanno questo potere: quando il dolore trova una figura che lo accoglie, smette di essere solo sintomo da risolvere e diventa presenza da incontrare. E ciò che affiora ha sempre una radice collettiva: nel gesto minimo di una seduta risuona il respiro del mito, e quanto accade tra chi cura e chi è curato tocca una storia che appartiene a tutti. Un libro per chi vuole capire perché certe storie girano in tondo e come si apre il varco. Per terapeuti, analisti e lettori dell’area umanistica che cercano una visione capace di tenere insieme profondità simbolica, rigore clinico e una lingua che non tradisca il mistero.