Franco Livorsi
Franco Livorsi
Diventare quello che si è alla prima radice si chiama individuazione. Io e Sé, l’autore e il suo ideale dio immanente, ne hanno discusso a lungo ne Il dio nella vita II. Ma in un mondo – pure segnato da tante conquiste tecnologiche e nuovi diritti – come l’attuale, la salvezza individuale non può bastare. Infatti gran parte delle persone vive come se Dio fosse morto nei cuori. Prevale il nichilismo amorale. Vince lo spirito di Mammona. Il pianeta è sempre più inquinato e la guerra devasta la terra, tanto che una Terza Guerra Mondiale, non a pezzi, ma scatenata, è di nuovo concretamente possibile. E le antiche speranze redentive, in un mondo globalizzato come questo, sono assolutamente finite. Urge, perciò, un nuovo pensiero collettivo, un nuovo o antico senso della Storia, su cui i due protagonisti interrogano pure, in modo vivace, alcuni spiriti del passato come Costantino, Napoleone, Hegel, Marx e Mussolini. Ormai la Rivoluzione non può più vincere lo Stato, che va anzi salvato nella sua forma liberale e sociale, e spegnendo invece che alimentando i focolai terribili della guerra. Ma il confronto, per essere risolutivo, verte sull’uomo stesso, e perciò per la prima volta viene qui delineata una psicologia analitica dei tipi politici. Il Conservatore, il Riformista, il Reazionario e il Rivoluzionario sono figli della Storia, ma pure espressione di pulsioni e miti antichi. Alla fine emerge che lo Stato è senza Rivoluzione, ma che è pure in cammino una Rivoluzione senza Stato, che si fa nella misura in cui singoli e gruppi si liberano nella “società civile”, in cui ci si può emancipare anche a prescindere dal “sole dell’avvenire”: scoprendo in sé stessi e con gli spiriti affini, ma in e per tutti, l’Uno infinito ed eterno nella psiche e nella natura, e operando fattivamente e gioiosamente in modo libero, solidale e spirituale. Quest’operare libera nella misura in cui viene realizzato.