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Estate 1979, Montréal: una richiesta d’aiuto improvvisa riapre una porta che lo psicoanalista Julien Bigras credeva chiusa da dieci anni. Marie, una paziente dal sangue irochese che vive un “delirio da cane”, torna a scuotere la sua vita. Per salvarla dal suicidio, Bigras accetta un patto estremo: dormire ogni notte con il ricevitore del telefono sollevato, unito a lei da un cordone ombelicale fatto di respiri e silenzi. Ma chi sta curando chi?
Quello che inizia come un consulto d’urgenza si trasforma in un’odissea psichica senza ritorno. In una spirale di controtransfert, l’analista viene trascinato nel mondo magico e terrificante di Marie, dove il materno divora e il passato non è mai morto. Nel tentativo di capire da dove viene la violenza che sente crescere in sé, Bigras insegue l’ululato di un lupo che risuona nel suo sangue e in quello dei suoi antenati: cacciatori e trapper di frontiera, dediti al commercio di pellicce; uomini senza legge, portatori di una ferocia mai domata. È lì, in quella stirpe di reietti, che riconosce il lupo che lo abita – lo stesso che abita Marie, così come ognuno di noi. Una confessione perturbante e spietata, un viaggio tra le stanze dell’analisi e i boschi del Québec dove la distinzione tra medico e paziente si dissolve. Un “atto psichico” da esperire più che comprendere, che trasforma il caso clinico in un mito moderno sulla sopravvivenza dell’anima.
Julien Bigras, nato in Canada nel 1932. Studiò medicina e psichiatria all’università di Montréal e nel 1960 si trasferì a Parigi dove cominciò il suo training psicoanalitico, lavorando parallelamente al servizio per bambini autistici della Salpêtrière e poi creando all’ospedale Sainte-Anne un posto di terapeuta per adolescenti attraverso la Société Psychanalytique de Paris, di cui divenne membro nel 1963. Tornato a Montréal portò la psicoanalisi all’interno della sua lunga carriera universitaria e ospedaliera. Insieme a un gruppo di analisti francofoni creò la Société Psychanalityque de Montréal.